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Stasera ce rivado
Lazio
Stasera ce rivado e lo rivedo (Stornelli al modo delle raccoglitrici d’olive) (Lazio)
Canto di lavoro, appartenente al repertorio di canti della Sabina di Italia Ranaldi, figura grandissima (e sconosciuta) della musica popolare italiana.
Accompagnare il lavoro cantando è una delle forme più antiche di espressione musicale: il canto sostiene, accompagna e rende uniforme la cadenza ritmica del gesto ripetitivo, sia esso associato ad un lavoro lento (come quello dei mietitori, dei barcaroli, dei battipali etc.) o veloce (come quello della raccolta delle olive, che riguarda questo canto); ma spesso il contenuto del canto di lavoro è anche un modo di esprimere dei sentimenti d’amore: cantare durante il lavoro, urlare l’amore da un campo all’altro poteva essere l’unico modo per "scoprirsi" comunicando senza pudori con una persona con la quale, normalmente, era vietato entrare in contatto.
ITALIANO
Stasera ci rivado e lo rivedo, quel moretto seduto nella piazza
Aiutami cavallo su questa salita, che quando siamo in cima ti do la biada.
Ecco che mi avvicino dove risiede lo specchio del mondo.
Amore amore, che m’hai fatto fare? A quindici anni mi hai fatto impazzire, mi hai fatto dimenticare papà e mamma.
Se qualcuno dovessse chiederti il cuore, digli che sta lontano chi lo tiene.
Povero amore mio, tra poco muore, si è consumato e non è stato male, si è lacerato col fare l’amore.
Tutti i fiori voglio maledire, ma la rosa me la tengo da parte.
Ho il mio cuore stretto tra due difese, non so quale amare tra queste due rose.
Ho una pena al cuore, credo sia questa: chi mi voleva bene ora non mi parla più.
Se mi riesce di arrivare a casa mia, mi butto in braccio a chi mi amava tanto.
Monachella di Dio voglio farmi, voglio lasciare questo mondo ingannatore.
ORIGINALE
Stasera ce rivado e lo rivedo, quel morettino alla piazza seduto;
Aiutame, cavallo, a ’sta salita, che quanno è ’ncima te metto la biada,
Ecco che me cce vengo avvicinando, dove risiede lo specchio del mondo.
Amore, amore, che m’hai fatto fare? a quindic’anni m’hai fatto impazzire, de babbo e mamma m’hai fatto scordare.
Se quarcheduno te chiedesse er core, dije che sta lontano chi lo tiene.
Povero amore mio, mo’ me se more, s’è consumato e non è stato male, s’è lacerato co lo fa’ l’amore.
Tutti li fiori vojo, e maledire, la rosa me la vojo riservare.
Tengo lo core mio tra due difese, non saccio quale amà de ’ste due rose.
Tengo ’na pena ar core, credo sia quella: chi bene me voleva mo’ non me parla.
Se posso riarrivare a casa mia, ’mbraccio me butto a chi tanto m’amava.
Monichella de Dio me vojo fare, vojo lascià ’sto mondo ingannatore.
