> Chi siamo > Il nostro repertorio
Il nostro repertorio
domenica 20 aprile 2025
La musica popolare non è una sola, e come ci insegna l’etnomusicologia moderna, spesso sfugge, per sua propria natura, ad una definizione statica ed onnicomprensiva, poichè come detto è destinata a trasformarsi e ad adattarsi continuamente, svolgendo un ruolo funzionale alla società o al nucleo sociale in cui è presente; come la leggendaria fenice, continuamente muore per poi rinascere dalle proprie ceneri, in nuovi contesti geografici, temporali e sociali. Quello che normalmente rimane invariante è l’aspetto testuale (la storia, il contesto), mentre cambia, anche radicalmente, quello musicale (melodico e strumentale).
Sia ad esempio la ben nota "Ballata di Cecilia" (Nigra 3): tra la versione piemontese raccolta dalla voce di Teresa Viarengo (da Roberto Leydi - https://www.youtube.com/watch?v=3ZS7MC1yjNE), quella polesana dalla voce di Angela Binatti (da Sergio Liberovici - [1]), e quella calabrese riproposta magistralmente dal gruppo "Cappella Mediterranea" (https://www.youtube.com/watch?v=UB-sdHQNxYI), corrono differenze abissali: di dialetto, di testo, di stile musicale, di ritmo, e via dicendo – tutto cambia, salvo la storia del canto, che è inconfondibilmente lo stesso.
Bloccare, "ingessare" un canto popolare in una data versione fissa significa decretarne la morte, poiché se non cambia, diventa inutile e non vive; è quindi proprio questa continua trasformazione il seme della vitalità della musica popolare (il che, sia detto per inciso, è l’esatto contrario di quanto vale per la musica d’autore, sia essa classica o di varietà): e dunque quello che ci interessa è ciò che il canto popolare è capace di dire oggi a noi, che emozioni sa suscitare, come viene eseguito, come accompagna la nostra vita (se lo sa fare), e via discorrendo. Così come Sant’Agostino diceva: "Omnia judicanda pro contingentia temporis", noi diciamo: "Omnia aptanda pro contingentia temporis et loci".
Ciò non vuol dire che rinunciamo (anzi è il contrario) ad un approccio filologicamente corretto e, nei limiti delle nostre capacità, culturalmente valido.
In ultima sintesi, è essenziale per noi essere innovatori ed aperti, sapendo conservare al tempo stesso una fedeltà di spirito ai nuclei originali. Il problema fondamentale, e delicatissimo, che ci poniamo davanti, è questo: come proporre, in modo attuale e valido, dei canti nati e concepiti tipicamente in un contesto rurale e (sotto-)proletario, al pubblico di oggi, tipicamente urbano e borghese.
Questo non è un compito facile, ma abbiamo il coraggio di provare ad affrontarlo. Ma il gioco vale la candela, perché anche di questo siamo convinti: la musica popolare è tutt’altro che morta, anzi è più viva ed attuale che mai. Pur essendo scomparsi i contesti in cui per lo più è nata, è tuttora in grado di trasmettere un messaggio, di emozionare, di far riflettere. Questa riflessione sull’attualità della musica popolare e sull’estrema abbondanza di canti in Italia, reperibile in http://www.inventati.org/apm/index.php?step=mc_presenta (musiCalusca – archivio Moroni), data del 2005 ma è più che mai attuale:
La musica tradizionale italiana ce la invidia tutto il mondo, e noi stiamo cominciando ora a capirlo. Grazie al lavoro della generazione dei pionieri, i ricercatori e promotori come Leydi e Carpitella, ora sappiamo che è ricchissima e diversissima da regione a regione, e non ha nulla da invidiare alla musica irlandese o a quella balcanica. Ma non ne siamo convinti perché non è sostenuta dai promotori commerciali, l’abbiamo dimenticata e fingiamo di non conoscerla per una vergogna atavica… per fortuna il sogno del progresso si è fermato. A differenza della musica oggi dominante, che per comodità possiamo chiamare "commerciale", in grave crisi di ispirazione e identità, la popolare funziona: se c’è l’interprete è vera, inauditamente vera, ed emoziona sempre. Questo possono sentirlo tutti. Se c’è l’interprete e il contesto, sia per chi suona sia per chi ascolta, sono emozioni autentiche, e questo colpisce.
E a proposito di questa ricchezza di canti (e di dialetti, e di stili musicali), da parte nostra, tra gli etnomusicologi con cui abbiamo avuto il piacere di collaborare, possiamo citare Anna Consolati, che negli anni ’70 del secolo scorso, per la sua tesi di laurea, raccolse e registrò (e ci ha messo gentilmente a disposizione) circa mille canti popolari nella sola provincia di Macerata!
Occorre poi aggiungere che, tra i vari significati attribuiti al termine "Musica popolare", due almeno ci sembrano degni di nota: un primo, che include in essa esclusivamente i canti nati dal popolo (o ritenuti tali), e perciò di autore quasi sempre ignoto, giunti a noi quasi esclusivamente per via orale; ed un secondo, più vasto, che annette anche quelle canzoni che, pur essendo "d’autore" (e, quasi in conseguenza, di nascita relativamente recente), a tal punto sono fedeli nello spirito alla sensibilità popolare, da potersi considerare a buon diritto un’espressione diretta del popolo.
È a questa seconda dizione, forse meno rigorosa ma più possibilista e dinamica, che abbiamo deciso di attenerci, nello spirito di una maggiore apertura mentale e di repertorio, nonchè di attenzione a ciò che la musica popolare significa al giorno d’oggi, per la gente d’oggi.
I canti popolari di cui ci occupiamo possono quindi appartenere ad una tra più categorie, tra cui:
- canti spontanei, nati dal popolo (con autore di solito ignoto) (la musica del popolo)
- canti d’autore, ma che riflettono fedelmente lo spirito popolare (la musica per il popolo)
- canti (spesso di origini tra le più disparate) adottati dal popolo, che li ha fatti suoi e li ha modificati in modo attivo (la musica attraverso il popolo).
[1] [1] Musiche tradizionali in Polesine – le registrazioni di Sergio Liberovici (1968), a cura di Paola Barzan, Squilibri 2015; CD 1, traccia 17.
